Siamo una comunità che promuove itinerari culturali, ricerca sul campo e valorizzazione territoriale
Crediamo nel viaggio a piedi come strumento privilegiato per osservare, capire e immaginare futuri possibili per i territori che attraversiamo


FuoriVia promuove la conoscenza e valorizzazione di percorsi storici, naturali e culturali attraverso cammino, ricerca e cooperazione
Studia e percorre itinerari storici e culturali nel contesto europeo attraverso progetti pluriennali di cammini (come il progetto Danubes, la Via Francigena, il Cammino di Santiago, l’antica Via Egnatia). La fase di studio degli itinerari viene effettuata attraverso ricerche bibliografiche e fonti geostoriche, mappature e analisi territoriale, studio della storia e della cultura locale e soprattutto visite in loco per conoscere le realtà locali che abitano il territorio. Gli itinerari che l’Associazione ripercorre prevedono una durata di circa due settimane all’anno.
FuoriVia co-progetta, pianifica e realizza itinerari brevi, della durata di massimo una settimana, prevalentemente nel contesto italiano, con l’obiettivo di generare legami preziosi e rapporti con comunità e realtà associative locali che condividono i valori associativi. I cammini brevi hanno come obiettivo anche quello di sperimentare lo “stare insieme” di FuoriVia e mantenere viva la comunità, in vista del camino sociale estivo.
Partecipa a iniziative e promuove attività di divulgazione sul territorio, attivando esperienze laboratoriali e di ricerca, attività seminariali, come la partecipazione diretta a incontri e convegni, ma anche organizzando mostre itineranti che raccontano la filosofia dell’Associazione, i progetti in corso e passati.
Collabora con l’Università Iuav di Venezia attivando alcuni walkshop (workshop camminati) durante l’arco dell’anno accademico. Questo tipo di iniziative, aperte principalmente al pubblico universitario, permettono alla realtà FuoriVia di continuare un dialogo proficuo e collaborativo con l’università veneziana, con la quale è stipulata una convenzione decennale che permette di organizzare attività insieme alla comunità accademica e di attivare iniziative di sensibilizzazione sulle tematiche del camminare e della lettura del paesaggio e delle sue trasformazioni. Nelle more di questa collaborazione l’Associazione ha attivato in questi ultimi anni alcuni tirocini curriculari, che hanno permesso a diversi studenti di avvicinarsi, conoscere e oggi frequentare la comunità FuoriVia.
È attiva nel campo della ricerca partecipando a numerosi convegni e pubblicando le principali esperienze fatte e al metodo di ricerca che l’Associazione assume nel promuovere le proprie attività.
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Parole FuoriVia
A cura di Vincenzo Cammarata
Le parole sono importanti, ammoniva Nanni, ma soprattutto le parole, con la loro etimologia e il loro significato hanno un peso politico, come ci ricorda in un illuminante quanto agile e “utile” libro Marco Balzano. Da qui, l’idea di raccontare alcune parole che in questi anni ci hanno accompagnato, camminando con noi.
2019 – Via Egnatia

/fuò·ri·vì·a/
ocuz. avv. [comp. di fuori e via]
Quindi dal latino foris, foras, che sta per “andare all’esterno di una soglia”, di un perimetro o di una casa (tanto che in inglese c’è un certo collegamento con la parola “door”). Di certo implica la presenza di un “dentro” o di un “tracciato” ben delineato. E poi c’è via che può essere un avverbio che indica allontanamento (e in questa accezione “essere di fuori via” significa già di suo “essere di un paese straniero”) oppure un sostantivo che indica una strada, urbana o di grande comunicazione (come la Francigena, l’Appia o l’Egnatia), oppure, significato a noi più affine, “cammino”: non a caso Viaggio. E allora “FuoriVia” significa tutto questo: significa apertura, mentale prima di tutto, per non essere co-stretti da tracciati preconfezionati, magari più facili e proprio per questo probabilmente molto meno interessanti. Significa anche però recuperare vie antiche rischiando pure di sbagliare o di tornare sui propri passi. Significa farsi Via, dove prima non si passava. Significa ri-disegnare il territorio ascoltandolo, osservandolo, leggendolo, prima di tutto sul campo oltre che su una mappa. Significa non affidarsi ciecamente alla tecnologia ma affiancarla sempre all’intuito. Per noi significa anche saper cambiare: idee, certezze, sicurezze, strada. Perdersi. Come? Insieme e divertendosi.

/con·fì·ne/
s.m. Dal latino cum-finis: “cum” sta per “con”, “insieme”, e “finis”, fine, termine. In altre parole diventa il “luogo dove si finisce insieme”.
Chi cammina, giunge, insieme, ad un aristotelico “termine ultimo”, da dove s’intravede l’altro: si arriva alla soglia (limes) e ci si trova “di fronte” l’altro, in un luogo, la “frontiera” dove dandosi la fronte ci si può guardare negli occhi e… “con-frontarsi”.
Diventa quindi un luogo dove due “punti di vista” collettivi, si confrontano, incontrandosi o scontrandosi, in qualche caso. La governatrice di Enez, luogo di confine, sulla foce de fiume Evro (o Meriç, a seconda del punto di vista), luogo di partenza di quest’anno, sentendo della nostra impresa lungo l’Egnatia, rifletteva sulle tensioni diplomatiche che spesso prendono forma proprio nei luoghi di confine che abbiamo attraversato. Questo accade quando nel confine non si vede un’opportunità di confronto fra culture diverse ma lo si identifica solo con la parola “limite” che per i romani, era proprio il limen cioè il tracciato, spesso sorvegliato e segnato con pietre che delimitavano un territorio da presidiare e difendere dalle “invasioni” (ricorda qualcosa?). L’anno scorso avevamo visto come popolazioni greche e turche, soprattutto in una zona di pre-confine, convivessero. Campanili e minareti, insieme. Quest’anno vedremo un paese che era greco e conosceremo pure qualcuno che aveva i nonni greci, pur essendo turco. Allora il confine non è affatto quella zona grigia, dove si mescolano annullandosi due etnie, due culture o due tradizioni: diventa una zona arcobaleno dove storicamente tutto, proprio per la voglia innata che l’uomo ha di socializzare, si fonde e si con-fonde, creando tradizioni diverse, culture diverse e spesso nuove lingue, più ricche di quelle dei singoli paesi. Perché soprattutto al confine,
1+1, non fa mai 2.

/re·si·stèn·za/
s.f. ricollega alla radice sanscrita stha- o sta- che esprime l’idea di essere o rendere fermo, saldo (identica radice rintracciabile nel verbo stare), preceduta dal prefisso re- = indietro, che rafforza l’idea di fermezza nella propria posizione.
Quindi, resistere significa opporsi saldamente nei confronti di qualcuno o di qualcosa, mantenendo saldamente la propria posizione.
Resistere allora sembrerebbe un verbo “sta-tico”, che non implica movimento, molto lontanto dal nostro concetto di “camminare”. Eppure quel “re-“ rafforzativo di fermezza, dal momento in cui tutto intorno si muove in maniera travolgente e violento, si fa movimento “in direzione ostinata e contraria” direbbe Faber. Un po’ come quei film dove il soggetto di fatto è fermo, ma dietro di lui, come in un fotomontaggio, la scenografia si muove, e allora nessuno è più semplicemente fermo. Significa anche non farsi trascinare, dalla massa, da un pensiero unico, essere pecora nera all’interno di un gregge uniforme che se impazzisce può anche decidere di precipitarsi giù da un burrone. Alcune tappe giornaliere del nostro prossimo cammino sull’Egnatia prevedono distanze di poco oltre i 30 km che equivale all’iter justum dell’esercito romano di Cesare (l’iter magnum era di 36 km, ma non mancano record di resistenza molto più arditi attribuiti all’agmen di Cesare). Resistenza è anche questo: opporsi a condizioni ambientali o a stress avversi, superando i propri limiti, sia mentali che fisici. Ma Resistenza è stato, ed è ancora, anche un movimento attivo, un impegno massimo, un sacrificio estremo che alcuni uomini abbracciarono per il bene comune. Per la libertà. Camminando.

/di·ver·tì·re/
Verbo.
Dal latino “de-verto”: “de” sta per allontanamento e “verto” vuol dire girare, quindi allontanarsi, “volger(si) altrove”, cambiare strada, percorso… o in senso ancora più figurativo cambiare qualcosa di sé. In pratica è divertente, e (si) diverte, chi sa cambiare strada esplorandone una nuova rispetto a quella più battuta: ricorda terribilmente il significato che avevamo scoperto avere la parola “fuorivia”. Significa anche cambiare punto di vista e fare un passo indietro per godere e provare piacere nel guardare il quadro completo delle alternative e di ciò che di di-verso si incontra lungo queste nuove di-vagazioni. È questo approccio allo sguardo, leggero e ironico, che provoca in noi divertimento: l’attribuzione di un significato diverso rispetto a quello che il significante, che spesso nel nostro caso coincide con un tracciato stradale convenzionale, mostra su una mappa. Riassumendo: ci si diverte quando ci si muove verso territori nuovi e sconosciuti; è divertente colui che ha l’audacia e il coraggio di non seguire la massa, di essere alternativo, mai banale, non semplicemente allegro, simpatico, buffone o spassoso, ma al contrario, essere creativo e intelligente, ironico, leggero, brillante appunto! Percorrendo la via Egnatia ci si diverte parecchio, non solo perché questo è stato e sarà chiaramente il mood condiviso da tutti i compagni di viaggio, ma anche perché tutti gli incontri “diversi” fatti, hanno fornito chiavi di lettura e punti di vista “divertenti” ogni volta che, raggiunto un “confine”, ci confrontiamo con altri popoli, altre culture e altre vie per divertirsi.

/stò·ria/
S.f. dal greco antico ἱστορία, historìa, “ispezione [visiva]”) o in altre parole «ricerca, indagine, cognizione».
In pratica la missione principale per cui noi camminiamo fin da quando, non ancora “FuoriVia”, eravamo già un vero e proprio laboratorio (scientifico) itinerante. L’esposizione e la narrazione di tale attività d’indagine sul campo, non è la semplice cronaca, non riguarda la successione temporale di avvenimenti, ma la catalogazione, per aree scientifiche – e quindi anche umanistiche – di osservazioni il più possibile oggettive che tengono conto del passato di un determinato territorio. E «passato» è participio di «passare» un verbo di movimento, anzi di cammino, visto che deriva dal latino «passus», il passo, inteso come fosse la distanza definita dall’apertura delle gambe (di un «com-passo») e quindi unità di misura dello spazio, di un tracciato spaziale, nel nostro caso l’Egnatia, ma che definisce di fatto anche una linea del tempo. La cosa sfiziosa qui sta nel riconsiderare una lettura del concetto di tempo passato e di spazio passato secondo la visione degli antichi: al futuro temporale si davano le spalle, anche perché non potevi né vederlo, né pre-vederlo. Tuttavia se volgiamo lo sguardo verso Durazzo, quindi verso il passato, pensiamo a ciò che è stato, ciò che in termini di spazio percorso ci siamo lasciati alle spalle — cose, persone, luoghi, sentimenti — mentre se indirizziamo lo sguardo verso Istanbul è il futuro (da percorrere), ciò che quest’anno sarà, chi incontreremo, quello che vedremo, e che proveremo arrivando a destinazione. E per chi ha iniziato a camminare questa strada dal principio, dal 2015, diventa un esercizio di attivazione della «memoria» riportare alla mente — e quindi al presente — tutti i nomi dei luoghi «passati». Al contrario, il cuore ritornerà a farci rivivere in maniera autonoma e involontaria tutti i «ricordi» («re-cor» appunto, riportare al cuore letterarmente), tutti quei momenti belli (o brutti , purtroppo) che ci hanno emozionato, durante il cammino ad esempio. I ricordi ri-emergono all’improvviso: non stupitevi quindi se di ritorno da Istanbul, vedrete qualche compagno ridere senza motivo: starà semplicemente rivivendo col cuore un pezzo di storia, la nostra storia sull’Egnatia.

/com·pà·gn*/
Lat. mediev. companio -onis ‘colui che ha il pane ( pani- ) in comune ( com )’, calco sul gotico gahlaiba, comp. di ga- ‘con’ e hlaib- ‘pane’ •inizio sec. XIII.
Con la parola che probabilmente sentiremo più spesso in cammino, termina questa breve serie sulle parole che per noi sono importanti.
Parole come “divertimento”, “confine”, “storia”, “resistenza” e naturalmente prima di tutte “fuorivia”, abbiamo voluto dare semplici spunti di riflessione per vivere in maniera “fuorivia”, appunto, il cammino che fra poco affronteremo. Perché, alla fine, niente è solamente quel che può sembrare a prima vista o a prima lettura o ascolto, ma magari, significato e significante hanno semplicemente bisogno di ritrovarsi, rivelarsi e, in qualche modo, accompagnarsi, meno superficialmente di quanto non avessero fatto prima. Come per “resistenza”, “compagn*” si tratta anche di una parola dal potere evocativo politico, ma che in realtà va oltre e descrive perfettamente l’attitudine “FuoriVia”.
/com·pà·gn*/ …o per evitare l’asterisco più semplicemente /cum·pà/ (come molti di noi saggiamente abbreviano). Sostantivo derivante dal latino “companio -onis” (maschile), ma come ormai abbiamo imparato a riconoscere si tratta di un composto da “cum”, che sta per “insieme con”, e “panis” cioè “pane”. “Cumpà” allora sta per “tutti coloro che condividono il pane fra loro”. In realtà se oltre al pane hai deciso di condividere due settimane con quaranta persone sei già “Cumpà”.
Condividere: “con” e “dividere”, composto da “dis” separazione e “videre” vedere. Vedere separato, ma anche, volendo, vedere le cose in modo “diverso”, alternativo. (cfr. divertire)
In pratica abbiamo un “cum” che unisce fra “cumpà” indipendentemente dai punti di vista individuali, dalle proprie stranezze, eccentricità, abitudini, origini. E noi non condividiamo solo il pane. Il cibo diventa emblema di una condivisione più ampia: vaselina per le vesciche (ago e filo se troppo tardi), pomate miracolose per gambe e piedi, posate e gavette, sapone, filo per il bucato, materassini, tende, spazi, bagni, mezzi di trasporto, consigli, gossip, idee e saperi, orecchie e parole, emozioni, sentimenti, ricordi, abbracci, sorrisi… giorni e chilometri. Usando una parola molto in voga (per difetto) in questo periodo storico: il “cumpà” fa parte di una comunità capace di provare “empatia”. Rimane certo che, noi di FuoriVia, ci chiamiamo “Cumpà” quindi Compagni e Compagne anche perché è una parola che ci è stata trasmessa in eredità dal prof. Virginio Bettini che con i suoi laboratori itineranti sul paesaggio, ha dato l’imprinting a quello che sarebbe poi stato lo stile “FuoriVia”. Alla fine, come abbiamo visto, per noi di FuoriVia, la parola “Cumpà” (Compagn*), è talmente ricca di significato che definirla risulterà sempre troppo riduttivo se non impossibile. La “Cumpagnanza”, questa “cosa”, bisogna viverla, camminarla insieme, per comprenderla. Scopriremo che fra di noi non potremo che chiamarci: “Cumpà!”.
