Sulle orme di Virginio: in cammino in Sardegna da Portoscuso a Milis

7 al 23 agosto 2021 | camminominerariodisantabarbara.org

Sulle orme di Virginio_Cammino di Santa Barbara

Dal 7 al 23 agosto 2021, un gruppo di una quarantina tra studenti, ricercatori, camminatori e amici ha attraversato a piedi la Sardegna sud-occidentale, da Portoscuso a Milis, seguendo un filo geografico e ideale: le orme di Virginio Bettini, maestro dell’ecologia politica, docente universitario, padre della Valutazione di Impatto Ambientale in Italia. Ad un anno dalla sua morte, abbiamo attraversato per due settimane zone minerarie, ogni tappa è diventata occasione di confronto con esperti, amministratori e abitanti locali per comprendere la storia dei luoghi, le dinamiche in atto e le possibilità future. Non un gesto commemorativo, ma un modo per continuare il suo lavoro: formare coscienze critiche, difendere il paesaggio e immaginare modelli di sviluppo più giusti e responsabili, partendo dai territori e dai passi di chi li attraversa.

La partenza da Portoscuso, affacciata sull’isola di San Pietro e sul Sulcis industriale, è già una dichiarazione d’intenti. La prima tappa verso Bacu Abis (19 km) attraversa un paesaggio segnato dalla storia mineraria e industriale, dove l’estrazione del carbone ha modellato territori e comunità. Il giorno successivo, da Bacu Abis a Iglesias (18 km), il cammino entra nel cuore del Cammino Minerario di Santa Barbara, attraversando un patrimonio geominerario che Bettini conosceva e difendeva, leggendo l’industria sempre in relazione ai suoi impatti sociali e ambientali.

Il 4 dicembre si festeggia Santa Barbara. Protettrice dei Vigili del Fuoco, degli artificieri, di chi fabbrica fuochi d’artificio, naturalmente dei minatori e, dulcis in fundo, anche degli architetti. Ecco il nome “sacro” di un cammino minerario che naturalmente conta un numero ingente di patrocini. Santa Barbara, figura più epica che mistica, venerata in ogni dove, colei che fu rinchiusa in una torre (a cui apportò delle modifiche in fase progettuale) dal padre (quest’ultimo fulminato da Dio a seguito delle torture inflitte alla figlia) è il punto d’incontro ideale fra chi, come FuoriVia ha un background architettonico / urbanistico / progettuale e chi come il Cammino di Santa Barbara racconta di minatori che ovviamente hanno a che fare con esplosivi e con roccia. Che sia il Pozzo Sella, della miniera di Monteponi, illustratoci da Giampiero Pinna, (ideatore del cammino minerario e presidente della Fondazione Cammino di Santa Barbara) o le numerose strutture minerarie, diventate ormai siti archeologici integrati nel paesaggio della costa, da Iglesias a Portixeddu il tracciato dedicato alla Santa, si è svelato a noi per quello che è, un cammino sospeso fra il verde basso dei cespugli di mirto, il blu del cielo e del mare, il rosso polveroso del fondo dei sentieri e l’ocra delle rocce che ricoprono quel che rimane della linee ferrate che collegava le gallerie dei giacimenti ai centri di raffinazione e poi di lì fino al mare. Il sole picchia e ogni tanto il suo calore afoso ed affannato colpisce qualcuno di noi. Ma basta un giorno di riposo, dedicato alla logistica, al servizio dei compagni, che tutto passa.

La lunga tappa Iglesias–Masua (30 km) è una delle più intense: sentieri minerari, macchia mediterranea, improvvise aperture sul mare. A Masua, il faraglione del Pan di Zucchero (il più alto del Mediterraneo con i suoi 133 metri) diventa simbolo di una natura che resiste, mentre le strutture minerarie dismesse raccontano un passato recente fatto di lavoro, sfruttamento e abbandono.

Da qui il cammino si fa costiero: Masua–Cala Domestica (15 km) e Cala Domestica–Portixeddu (16 km) seguono un tracciato sospeso tra scogliere, spiagge e vecchie ferrovie minerarie. Il colore rosso delle terre ferruginose, l’ocra delle rocce e il blu del mare costruiscono un paesaggio potente, fisico, che mette alla prova i corpi sotto il sole d’agosto.

La tappa Portixeddu–Ingurtosu (25 km) riporta nell’entroterra minerario, tra dune fossili e villaggi fantasma, fino a Montevecchio, raggiunta il giorno successivo (12 km). Qui le storie di minatori e famiglie, di donne e uomini che hanno abitato la miniera, si intrecciano con una riflessione più ampia sul lavoro, sull’estrazione e sulle ferite lasciate sul territorio.

Con la tappa Montevecchio–Torre dei Corsari–S’Ena Arrubia (30 km) il paesaggio cambia radicalmente. Si entra nell’Oristanese, terra di bonifica, canali, idrovore, campi geometrici. Un paesaggio costruito, figlio di un progetto politico e agricolo del Novecento, che Bettini ha saputo leggere criticamente, intervenendo negli anni ’70 per bloccare un impianto a carbone ad Arborea, salvaguardando un’area di enorme valore ambientale.

Come fa notare Manuela Pintus, sindaca di Arborea, se si googleasse la mappa di questo territorio e lo si osservasse come lo vedrebbe un satellite, si noterebbe un patchwork di box, o delle listarelle variopinte. Un paesaggio che se attraversato a piedi, restituisce subito l’idea padana di agricoltura intensiva. Ai campi verde fluo del riso, si alternano spazi cromatici che seguono una palette che grazie al maestrale e al sole, è molto più satura di quella che si può trovare lungo il Po. Un paesaggio di bonifica. “Qui una volta era tutto palude!” Sentirete dire dai figli di quei coltivatori e allevatori che proprio 100 anni fa (anno più, anno meno), furono trapiantati a “Mussolinia”, alias Alborea. Veneti, Friulani, Emiliani… si trovarono catapultati in un’altra terra, su un’isola. Un’operazione invasiva, sia quella della bonifica che quella antropologica che adesso non verrebbe giustamente nemmeno presa in considerazione: idrovore, dighe, canali, famiglie, animali, architetture esotiche e nuove strutture coloniche, il tutto, come avvenne in città come Latina ad esempio, città che ancora oggi risentono di questo sradicamento / radicamento voluto per celebrare il potere di un solo uomo su tutti. Arborea oggi è un importante e ricco polo agricolo gemellato almeno con tre comuni del Nord-Est: si festeggia con la polenta e si brucia la vecia. In tutta questa storia, l’integrazione vera e propria con i sardi, abitanti originari della zona, è avvenuta molto gradualmente con il tempo e man mano che le generazioni crescono: se però andate in giro per la città è ancora possibile sentire qualcuno che oggi parli veneto. Un legame che ha reso questo viaggio sulle orme di Virginio sempre più affascinante.

Le ultime tappe (S’Ena Arrubia – Oristano 17 km, Oristano – Mari Ermi 25 km, Mari Ermi – Putzu Idu 9 km) conducono nella penisola del Sinis, fino al Finis Terrae occidentale. Un percorso che scruta dall’alto le calette inaccessibili da terra e difficilmente approcciabili dal mare, soprattutto se, come nei giorni in cui percorrevamo il cammino, soffia forte il maestrale. Qui il cammino si chiude con l’incontro intimo a Milis, con Tatjana Bettini, figlia di Virginio, e con un momento pubblico di riflessione sulla battaglia ambientalista contro il tentativo di insediare nell’Oristanese una centrale elettrica a carbone e su potenziali cammini che illustrino le realtà sostenibili del territorio. 

Camminare sulle orme di Virginio significa questo: seguire un passo che non indica una strada unica, ma un metodo. Studiare i territori, ascoltare le comunità, valutare gli impatti, assumersi responsabilità. Le orme non sono da imitare, ma da attraversare per andare oltre. Come ogni vero cammino, anche questo non finisce a Milis: continua in chi lo ha percorso e in chi continuerà a camminare.